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giudizio

Diario di bordo

Ho ascoltato il balbettio di dio, una sera dentro la sala di un teatro, raccontare di uno strano viaggio macabro e poetico, dove dormire, sognare, morire non è che gioco, dove Eros e Thanatos danzano eternamente assieme.

Ecco sul palco (e tra le poltrone) rincorrersi, come in un carnevale funebre, sette personaggi meravigliosi e nevrotici: un macellaio schizofrenico, afflitto per il tradimento e l’abbandono della moglie, in cui rassegnazione, rabbia e desiderio di vendetta si mescolano e si sovrappongono attraverso modulazioni alterate della voce; un Romeo/buffone che finge l’amore e una Giulietta/Isabella costretta al gesto meccanico e secco come quello di una bambola rotta o di un robot; una fanciulla, vergine e madre che porta un inquietante cristo sulle spalle, risponde al bisogno di salvezza e assoluzione e poi si scioglie in una danza leggera, e catartica; Caronte, infine, dalla risata mefistofelica e convulsa.

In una dimensione a-temporale e ciclica, in uno spazio sottratto alla realtà, non-luogo cupo e immutabile,uno scudiero goliardico e ingenuo accompagna il suo Cavaliere dalla lingua mozzata, in grado soltanto di balbettare versi, lo accompagna fedelmente durante un’eterna crociata sguainando la spada e lottando in difesa del castello, contro gli usurpatori delle terre che appartengono al suo Signore, per poi scoprire, alla fine del viaggio, che il suo Signore è la Morte. Ankel, generoso e sognatore e gli altri viandanti, manichini oltre la post-modernità, andranno incontro alla morte in un festoso girotondo grottesco e tragico. Il Cavaliere tramuterà il suo ghigno in un riso beffardo, ad ognuno assegnando una destinazione: inferno, paradiso, purgatorio.

Sul piano orizzontale della messinscena si muovono i vari personaggi, figure della nostra esistenza, e si slaccia la narrazione, rappresentazione dell’ordinario: la vita, la morte, l’amore e l’abbandono, l’incomunicabilità quale cifra ineliminabile dell’amore, la maternità, la guerra…

A fenderla verticalmente, a squarciare il consueto e il quotidiano, cala all’improvviso la Voce della poesia ma la poesia, qui più che altrove, è diversità, un canto paraplegico, è la voce interrotta chesi dispone ad un respiro frantumato, la voce balba, a segmenti, la voce implosa che urla e maledice se stessa.
La voce come un ferro che sempre uccide, od abbatte, o piaga almeno.

Atto unico scritto, diretto e interpretato da Antonio Bilo Canella, con Angelo Maresca nei panni dello scudiero e Serena Barone, Raffaella Castelli, Alex Pierotti, Magda Saba, Alberto Testone – si nutre di frammenti e riscritture di Virgilio, Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Shakespeare, Gadda, Poe, Garcìa Lorca. Sorprendente l’analogia con alcuni gesti dello spettacolo e quelli raffigurati nel Giudizio Universale di Michelangelo.

D’ispirazione bergamaniana (Pittura su legno), la rappresentazione è ricerca e esperimento sulla parola, oltre che sulla voce. Spettacolo a forma di croce, in cui la Parola – Verbo – svuotata e sgombra incrocia verticalmente la scena per tentare di dare senso al mondo. Ma come può la parola creare il mondo e significarlo, quale mondo, poi? Rimarrebbe la rosa una rosa senza il suo nome? Proprio nella perdita semantica si svela il senso e la parola coagulata e sconnessa, diventa un tumore, un sasso dentro la bocca, un grumo, un ruggito.